La Nostalgia e l’ascolto continuo di International Washing Machines

Avete presente quella sensazione di venire schiacciati? Come quando hai troppi compiti e sai che non potrai mai farcela a finirli entro il weekend, come quando hai un segreto insopportabile che poi dilaga e lacera senza pietà, come al liceo, quando soffocare nell’ansia era all’ordine del giorno. Whattsapp e tutta la messaggistica istantanea mi porta a sentirmi così, schiacciata, con tutti quei “Ehi, mi rispondi quando hai un attimo?”. Mi sento come quando volevo ascoltare i Verdena a ripetizione, come quando c’erano solo i concerti a farmi evadere. All’epoca c’erano i Verdena, che suonavano davanti a 10 persone dalle mie parti, oggi c’è International Washing Machines.

Esce venerdì 17 settembre False Ipotesi, il nuovo singolo del progetto musicale solista di Matteo Scansani, International Washing Machines. False Ipotesi è un brano dove si intrecciano sintetizzatori, chitarre, batteria e basso, il tutto è accompagnato da una musica rilassante, onirica, ricercata. Benvenuti in un mondo fuori dagli schemi, dalle mode, dalle dinamiche delle playlist e delle condivisioni. Questo progetto, sfacciato e sincero, è la follia emotiva di chi non ha ancora smesso di sognare nella propria cameretta.

  1. Da dove arriva il tuo nome International Washing Machines? 

Il nome International Washing Machines viene da un post-serata in compagnia del mio migliore amico. Il progetto era agli inizi e confidai che dovevo trovargli un nome, un nome che fosse una metafora della circolarità della vita di ogni essere umano. Non ricordo bene come, ma arrivammo alla conclusione che il tutto somigliasse all’andamento di una lavatrice, e il mio amico iniziò a dire “It’s a washing machine?!”, rifacendosi ad una vecchia pubblicità dell’Heineken. Iniziammo a ridere, prendendo tutto poco sul serio, viste anche le condizioni. Tornato a casa mi resi conto che il nome che cercavo tanto per il progetto era proprio tra quei discorsi e quelle risate, pensai: alla fine siamo veramente tutti un po’ delle lavatrici, iniziamo un percorso da un punto per poi finirlo e ritrovarci allo stesso punto di partenza, disegnando un cerchio. Ma quello che c’è dentro questo cerchio cambia. Per questo siamo un po’ come delle lavatrici internazionali, un prodotto figlio un po’ anche della pigrizia e del consumismo. 

Ad essere onesti, in italiano suonava malissimo, mentre in inglese, International Washing Machines, andava decisamente meglio. 

  1. Come descriveresti la scena musicale delle tue parti? 

La scena musicale dalle mie parti resta sempre abbastanza nascosta, forze eclissata da realtà storicamente più blasonate. Parlando per regione, le Marche hanno sporadicamente sfornato artisti che poi sono diventati molto conosciuti a livello nazionale. E comunque si sono dovuti spostare per la maggior parte delle volte ed “emigrare” verso realtà più affermate nel mondo della musica. Nonostante questo, non mancano sicuramente gruppi e progetti validi e che, a mio avviso, non hanno nulla da invidiare alle “grandi” produzioni, anzi, forse dovrebbe essere il contrario.

Una grande pecca in quello che vedo qua, soprattutto avvicinandomi a dove vivo, è che si cerca troppo spesso di emulare qualcuno o qualcosa, che sia un genere, una moda, o un artista in particolare, omologandosi un po’. 

Se dico che non vedo l’ora di andarmene da qua si offende qualcuno?

  1. Quanto ti mancano i concerti e com’è cambiata la tua vita con il Covid?

I concerti mi mancano, eccome. Se si parla di quelli fatti da me, la fortuna ha voluto che quando scelsi di iniziare a lavorare seriamente al progetto insieme al fonico e produttore Eugenio Bordacconi, conosciuto al mio primo concerto dove portai dei brani di una demo autoprodotta in casa, iniziò il periodo di lockdown. 

Già, era fine febbraio/inizio marzo del 2020. Quindi diciamo che era praticamente impossibile suonare in giro. I concerti fatti in streaming al teatro Cortesi di Sirolo e al Potemkin Studio non hanno fatto altro che rendere più triste la situazione e far aumentare ancora di più la voglia di suonare per davvero, in mezzo alle persone. 

Quest’estate ho deciso di dedicarmi interamente all’EP e quindi di stare anche fermo. Per fortuna sono riuscito ad assistere a qualche concerto fatto in zona e devo dire che, anche se seduto, me li sono goduti. La mia vita col Covid non è cambiata molto, ho sofferto il non potermi spostare liberamente e ancor di più il coprifuoco: la notte è importante e averne sprecate così tante chiuso in casa sinceramente mi mette un po’ di malinconia.

  1. In che modo False Ipotesi rappresenta per te un cambio di percorso? 

False Ipotesi per me è la linea che traccia il passaggio ad una diversa visione della musica. Se prima la prendevo come un hobby, adesso è il mio progetto di vita, quello su cui sto puntando e impegnando tutto me stesso. Durante i lockdown ho capito e preso coscienza che non c’è altro che io voglia fare, è l’unica cosa che, in questa società superficiale e menefreghista, mi fa provare ancora forti emozioni.  È anche l’unico modo che ho per mettere ordine nella mia testa, per raccontare quello che vedo e sento attraverso le vibrazioni.

  1. Quali sono i prossimi step del tuo progetto?

Uno dei prossimi step del progetto sarà sicuramente quello di continuare a sperimentare sempre di più, studiando e approfondendo più concetti possibili. L’obiettivo è quello di essere un progetto originale e unico nel suo genere, che non si possa confondere con niente, con una propria identità ben definita. Non a caso sto già lavorando agli arrangiamenti dei prossimi pezzi dopo l’uscita dell’EP, essendo riuscito a procurarmi anche qualche strumentazione nuova. Ricerca e originalità, sia sonora che testuale, rimanendo sempre e comunque fedeli a se stessi. La sincerità è una condizione fondamentale. Poi tutto farà il suo corso.