Larocca e un disco primordiale, fatto d’argilla

Settembre prosegue con la consapevolezza che in questo periodo, tutto è stato definito in quei lontani tre mesi del 2018. Di quando ogni cosa era un autosabotarsi, un riempirsi di genti, persone, sentimenti, lavori, quando la cosa migliore si è rivelata distanziarsi da tutto, fare tabula rasa, tornare in quella cameretta di polaroid, poster e notti passate a guardare serie tv: un ripristino totale che poi si è rivelato la scelta migliore per tornare a splendere. La luce che emanano certe persone, e che ogni tanto come oggi, ritrovo qui dentro, è dovuta ad un gioco di equilibri che previene gli eccessi. Questa sensazione è quella che mi ha lasciato Fatto d’Argilla, il nuovo album di Larocca che ho avuto la fortuna di consumare quest’estate.

In quei tre mesi mi sono innamorata di un ragazzo che mi ha portata a teatro, non a vedere uno spettacolo, ma a vivere una notte di parole davanti all’entrata imponente. Il miglior Ferragosto della mia vita, in un momento in cui andava tutto male. E lui mi parlava come Larocca in Erica: siamo tutti sulla stessa barca, pronti ad affondare. Qui dentro c’è un pessimismo cosmico trascinante, rassicurante, movente. In un mondo dove tutti inseguono le sonorità di Scuola Indie dove tutto suona come un vuoto esistenziale, Larocca opta per un nudismo di sentimenti e un minimalismo sonoro dove tutto è perfettamente in equilibrio. Un disco pop per chi ha orecchie da jazzista. Un disco pop che ha la presunzione di implorare silenzio (come in Memorie), per tutta la scena musicale che lo circonda. Qui dentro c’è la sincerità sfacciata di un cantautore che parla davvero a tutti. Ho rivissuto quel 2018 ad ogni traccia.

Quel ragazzo che mi ha baciata davanti ad un teatro ora è sparito tra le storie di Instagram, tra i like distratti e gli auguri di compleanno fatti in ritardo, tra i volti dei concerti e i saluti lontani di cui non si fa più largo tra la folla per venirti a salutare. Non ho capito cosa sia successo nel frattempo, mi sono fatta tante di quelle domande che non riesco più neanche a distinguere una dall’altra. Come in Corrente, a metà disco. Un flusso che si fa esasperato, sentito, di synth che illuminano come lucciole un percorso in un bosco ai confini della città. Non capisco perchè ti prendevi gioco di me, ora senti che pace, sono il fiume e tu la corrente.

Un disco primordiale, un’asse fuori dal tempo che non rincorre nessuna moda, tendenza, nessun nome à la Calcutta che bisognerebbe imitare “a tutti costi”, Larocca è fuori dal mondo, fuori di testa, e non ha paura di mostrarsi debole, fragile, arrabbiato, incredibilmente diretto. Sarei curiosa di sapere quali persone hanno ispirato questi brani, così simili a quelle che stanno animando la mia testa, nel momento in cui l’ascolto. Un mondo che vive tra Terra de Le Luci Della Centrale Elettrica, Bu Bu Sad de La Rappresentante Di Lista, un pizzichi di Colombre e Andrea Laszlo De Simone, senza nessun timore di mostrare una voce magnifica.

Un disco per chi sta facendo tabula rasa.

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