Evidentemente no di Pietro Berselli è la colonna sonora di settembre

Settembre si è aperto con un segreto. Dopo il Covid, avevo in qualche modo appiattito tutto quanto: non c’erano più le serate alcoliche, e mi mancavano, quelle mattine incredibili dove mi chiedevo che cazzo era successo, quelle giornate in cui mi mancavi così tanto da lacerarmi dentro (e ti ho anche rivisto di recente, non ho provato niente). Della vita prima mi mancava essere libera, lamentarmi che nessun uomo sarebbe mai rimasto con me, fare così schifo da realizzare questa mia profezia autoimposta. Mi ricordo di N e di tutti gli imbrogli che gli ho fatto subire, eppure mi manca essere un inguaribile stronza, soprattutto adesso che invece sono una triste scribacchina: pizza il sabato sera e domenica su Netflix.

Avere un segreto mi sta rendendo più forte, mi ha risollevato da quella condizione di apatia generale in cui mi suonava tutto uguale, in cui ero esattamente quello che apparivo e il massimo che poteva rendermi interessante era l’ultimo podcast crime che avevo ascoltato. Un segreto solo mio, che non è scritto da nessuna parte, che non ho detto neanche alla più fidata delle amiche, che sento vibrare in petto ogni volta che esco di cosa, con la paura di essere scoperta, smascherata. Finalmente viva.

Mi sembra di esser tornata adolescente, a quando riempivo pagine di appunti emotivi e sinceri. Mi sembra di essermi ritrovata a quel periodo magico dove andavo ai concerti rock, quelli che non si calcolava nessuno e quelli che ti facevano sentire un gran figo, anche solo per essere lì, con altra gente emarginata ed altrettanto figa. Pietro Berselli, di cui avevo già amato il precedente Orfeo L’ha fatto apposta, mi sta portando proprio lì, in un mondo dove ci si riconquista a gomitate la propria emotività, la propria fragilità, la propria frivolezza. In cui tornano i partner stronzi, anche adesso che invece sono accasata, dove tornano le incertezze di piacere o meno alle persone, anche adesso che invece le persone che frequento son sempre le stesse tre o quattro.

Queste chitarre che mi riportano a quel periodo magico dove ascoltavo i Marlene Kuntz, dove ero andata a sentire i Franz Ferdinand a Roma, dove mi piacevano gli Interpol, i Ministri, Il Teatro Degli Orrori, a quel momento dove dicevo che gli Zen Circus erano per ragazzini e poi me li ascoltavo in pullman senza ritegno. Pietro Berselli, con un disco più spensierato e meno tormentato rispetto al primo album, mi porta in un mondo dove ho di nuovo diciassette anni, in un mondo dove se potessi ritornare con te, se potessi ritornare da te sarebbe un disatro, che eppure mi manca, come tutti quei pianti in bagno, e tutte quelle canzoni che parlavano di me.

Questo disco parla di me, e mi porta felicemente ai disastri del passato.