Quello che ho capito su columbine (leggendo il libro di Susan Klebold)

Non so bene perchè ma leggendo il libro di Susan Klebold (madre di Dylan Klebold che si tolse la vita dopo aver sparato a 13 persone durante la celebre sparatoria del liceo Columbine) ho pensato che anche mia madre potesse identificarsi in lei. Sia chiaro che mai ho pianificato una strage nel mio vecchio liceo nè, anche se ho passato dei periodi veramente di merda, ho pensato seriamente di togliermi la vita. Eppure vi assicuro che ho portato per anni dentro di me un mondo oscuro e del tutto segreto.

Le giornate passate su internet, quel blog che avevo aperto per impormi di non mangiare: e non ho mangiato per mesi, senza che nessuno se ne accorgesse, e poi la cosa si è dissolta in un mare di diari e appunti su quanto odiassi tutto il mondo là fuori, meglio di me, maligno e sempre meglio di me. Ricordo che avevo due amiche, sorelle, che facevano facilmente conquiste sin dalle scuole medie ed andavano bene a scuola senza sforzi. Io ero quella che invece si doveva sempre sforzare.

Ho letto il libro “Mio Figlio” di Susan Klebold con l’attitudine di chi si sta approcciando all’ennesimo libro crime che, ahimè, sono di ottima compagnia mentre ci si abbronza davanti ad una piscina. Invece mi sono ritrovata in un vortice di emozioni, quelle di una madre che amava suo figlio e mai avrebbe immaginato che potesse essere un assassino, un suicida, un depresso. Niente, neanche un sospetto.

Forse diventare adulti significa smettere di avere segreti. Basta, diari, blocchi di appunti con frasi scostanti e odio verso il mondo che non viene mai rivelato all’esterno. Mi ricordo di quando avevo fantasticato su come sarebbe stato avere il ruolo di vittima, evidente a tutti, come sarebbe stato sia mio padre fosse stato uno che alzava le mani (non lo era), se avessi avuto amicizie sbagliate e tossiche, se mi fossi trovata insomma in una situazione evidentemente sbagliata, in modo che qualcuno si sentisse costretto a salvarmi. Mi ingegnai perchè questo accadesse, mi facevo male da sola, raccontavo storie su incontri notturni con ragazzi che non esistevano.

Ancora vergine, a tredici o quattordici anni, ne finsi di 18 e mi iscrissi a un sito di incontri (non esisteva Tinder), per parlare con uomini più grandi. Fu una cosa che durò per mesi e che non si concretizzò mai in incontri fisici, ma fu una cosa che avrei voluto tanto. C’erano quarantenni viscidi con chi mi scambiavo sms tutto il giorno, e non c’era nulla di innocente in questo.

I miei non sapevano niente. Avrei potuto lavorare alla peggiore delle stragi e sorridere a cena. Avrei potuto vivere attaccata al mio computer a parlare con chiunque, e nessuno avrebbe mai sospettato niente. Mi ero dimenticata com’era stata la mia adolescenza!

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